PERSONAGGI

Il Sole 24 Ore

31/08/2025

Il Sole 24 Ore

la modernitÀ feconda di Alex Langer

Vite illustri. A trent’anni dalla morte, i pensieri del politico, saggista, ambientalista e pacifista sono di attualità, come quelli sul post Muro, sulla convivenza interetnica e sulla cultura della militanza

Alex Langer (1946-1995) è stato molte cose: politico, saggista, giornalista ambientalista e pacifista. Una figura pubblica impegnata prima nella nuova sinistra poi nell’area dei verdi (parlamentare europeo tra il 1989 e il 1994). Un intellettuale attento ai diritti delle minoranze, esigente e spesso poco disponibile alle scelte di accomodamento, soprattutto con i propri amici.

Torna utile anche per questo, insieme alle biografie a lui dedicate (per ultimo Alessandro Raveggi, Continuate in ciò che è giusto. Storia di Alex Langer, Bompiani, ma anche Fabio Levi, (In viaggio con Alex, Feltrinelli), le raccolte dei suoi scritti ( La scelta della convivenza, e/o, Il viaggiatore leggero, Sellerio, con introduzione di Goffredo Fofi, che ha curato anche il volume, da poco pubblicato, Ciò che era giusto. Eredità e memoria di Alexander Langer, Alphabeta, di cui, accanto, ospitiamo uno scritto a firma di Fofi).

Contrario alle «scelte di accomodamento» abbiamo detto. Non voleva dire rifiuto del compromesso, ma: disponibilità a ripensarci; ammetterlo pubblicamente; tornare a riflettere su temi e questioni sulla base di convinzioni proprie di mondi culturali molto lontani dal proprio; propensione a rompere i luoghi comuni. Tutte cose significative allora come ora.

Lo testimonia la sua disponibilità a considerare con serietà i temi al centro del documento Donum Vitae,promosso dal cardinal Ratzinger, e dell’Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede sulle questioni etiche relative a fecondazione artificiale e sperimentazione sugli embrioni. Una posizione pubblica che non mancò di procurargli ostilità forti all’interno delle molte famiglie della sinistra.

Oppure quanto scrive nel 1991 e poi nel 1992 rispetto agli esiti possibili del dopo Muro: da una parte, il fascino per l’identità nazionale delle popolazioni appena liberate dall’occupazione sovietica (l’intuizione coglieva con trent’anni di anticipo la parabola dei movimenti antisistema dal basso in Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia); dall’altra, quando osserva, proprio in conseguenza di questo fascino, come «non ci sia dubbio che oggi sia venuta l’ora dei piccoli totalitarismi, dei totalitarismi fatti in casa, come alternativa ai grandi totalitarismi». Per concludere: «Io temo che il totalitarismo sia moderno, probabilmente lo sbocco più moderno».

Era una preoccupazione profonda. Essere all’altezza di quella sfida implicava assumere una postura mentale che rivendicava l’obbligo di pensare e far pensare, non limitandosi a distribuire ricette o soluzioni preconfezionate.

Scelgo due suoi scritti esemplari: il primo legato al tema della convivenza interetnica (una condizione che Langer ha sperimentato in tutte le sue contraddizioni, quelle proprie sia delle minoranze, sia delle maggioranze nella sua terra di nascita: Alto Adige/Sud Tirolo); il secondo legato al tema della cultura della militanza che Langer illustra riflettendo sul profeta Giona.

«Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”». Così recita il titolo dell’ottavo punto di Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica, lo scritto più nitido e lungimirante che ci ha lasciato Langer. Da leggere insieme a quanto scrive, al punto sei di quello stesso testo che ha per titolo Riconoscere e rendere visibile la dimensione plurietnica:

i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto di sentirsi a casa
e dove afferma: «Più si organizzerà la compresenza di lingue, culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia».

Testo che presenta tutti i tratti della battaglia culturale e politica su cui Langer si è impegnato più a lungo, dagli esordi nella sua terra d’origine fino alla morte, e che ha trasportato più avanti nella discussione sull’identità delle politiche ecologiste in opposizione a una visione ripiegata e compatta di un ambientalismo che pensava di salvarsi solo chiudendosi (in questo ripetendo la dinamica della setta propria di tante esperienze sessantottine sia a destra, sia a sinistra).

Lo stesso principio inquieto vale nella riflessione che Langer propone della figura di Giona (dal titolo A proposito di Giona). La storia è nota. Dio chiama Giona e gli dà un compito. Giona si sottrae all’inizio e fugge e poi si sottomette. Ma nel soddisfare la richiesta di Dio e andando a Ninive a comunicare la collera di Dio, Giona assume questa azione come il biglietto per esigere la sua soddisfazione. Il vero nodo di tutto il libro biblico è nel quarto capitolo, quando il profeta si ritira nel deserto e soprattutto rimprovera a Dio d’esser venuto meno al patto di punire gli abitanti di Ninive, mentre ha punito lui (facendo seccare il ricino che con la sua ombra lo proteggeva dal sole). Il punto sta nel fatto che Giona, nel farsi portatore della parola di Dio, pensa di aver maturato un credito, pensa che Dio gli debba qualcosa. Perciò non comprende come Dio possa perdonare gli abitanti di Ninive. Nella sua collera Giona è convinto di essere più Dio di Dio.

Sottolinea Langer come la tentazione di Giona non sia la rivolta, bensì la superbia espressa nella collera per quel ricino ricevuto gratuitamente e interpretato come il premio della propria missione compiuta. Vincere la superbia, implica, invece, maturare umiltà e comprendere che il tempo non concede scelte e che si tratta di trovare le risposte, o almeno di provarci. E anche se a un certo punto la scelta diviene la rinuncia – nel caso di Langer il gesto estremo del suicidio – l’invito è a non smettere.

Nelle parole ultime di Alex Langer, il messaggio alla fine è questo: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più... Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto». Sono le parole di esordio e di chiusura del suo biglietto di addio il 3 luglio 1995. L’invito è a non drammatizzare e a misurare il limite che ciascun umano ha. In breve a non erigere statue o trasformare storie di persona in «vite esemplari», ma a trattenere qualcosa che valga come stimolo a pensare e, possibilmente, a continuare.

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David Bidussa



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