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Il Sole 24 Ore

13/08/2024

Il Sole 24 Ore

Il Made in Italy quarto nel mondo, accanto al Giappone

Nel primo trimestre del 2024 l’export di merci dell’Italia ha raggiunto quello del Giappone: un evento davvero storico. Una buona notizia in un momento complicato come quello attuale, con la crisi delle borse e lo sgonfiamento della “bolla” dell’Intelligenza artificiale, il rischio di una possibile recessione negli Stati Uniti e la desolante constatazione del perdurare della stagnazione in una Germania ex locomotiva d’Europa, in panne da ormai cinque lunghi anni.

Constatare che il nostro export, sia pure penalizzato dalla crisi tedesca, è sempre più competitivo è importante. Infatti, nonostante un calo del loro valore dell’1,5% rispetto al primo trimestre dello scorso anno, le esportazioni del Made in Italy si sono attestate nei primi tre mesi del 2024 a 168 miliardi di dollari, lo stesso livello di quelle del Paese del Sol Levante (che ha fatto registrare un calo corrispondente del 3%). Un dato che ci colloca al quarto posto nel mondo a pari merito con il Giappone, visto che l’export dei Paesi Bassi, sulla carta ufficialmente il quarto più alto in assoluto, in realtà è costituito per il 60% circa da re-esportazioni e da merci in transito e non da esportazioni di beni prodotti effettivamente in Olanda.

Nel primo trimestre del 2024 l’export della Cina si è confermato quello largamente più grande, con 807 miliardi di dollari (in crescita dell’1,5% rispetto allo stesso trimestre del 2023), seguito da quello degli Stati Uniti con 507 miliardi (-0,3%) e da quello tedesco con 436 miliardi (-1,7%). L’export della Corea del Sud è aumentato dell’8,3%, raggiungendo i 164 miliardi, ma è rimasto dietro il nostro, dopo che quello italiano l’aveva superato nel 2023. Al settimo posto la Francia, con 162 miliardi (-1,7%), all’ottavo il Messico con 143 miliardi (+1,7%), al nono il Canada con 139 miliardi (-1,8%) e al decimo il Regno Unito con 131 miliardi (+3,9%).

Non era mai accaduto che l’export italiano eguagliasse in un trimestre l’export del Giappone, complice anche la svalutazione dello yen che negli ultimi tempi ha “sgonfiato” parzialmente il valore del commercio estero giapponese. Ma, indipendentemente dall’indebolimento della valuta nipponica, la progressione delle nostre esportazioni è stata impressionante, specie dal 2016 in poi, con la sola eccezione della flessione verificatasi nel 2020 a causa della pandemia. Basti pensare che nel primo trimestre del 2014 il nostro export era di 38 miliardi di dollari più basso di quello giapponese. Oggi invece è uguale ad esso. Naturalmente nulla in economia è mai acquisito per sempre. E bisognerà vedere se nel resto del 2024 le esportazioni italiane continueranno a tenere testa a quelle giapponesi, che nell’intero anno 2023 si erano chiuse a quota 717 miliardi di dollari contro i nostri 677 miliardi in rapidissima crescita. E se l’Italia resisterà anche al recupero di un altro grande esportatore come la Corea.

Se confrontiamo la dinamica del commercio estero dei maggiori Paesi esportatori a noi comparabili dietro gli irraggiungibili giganti Cina, Usa e Germania, osserviamo che nel primo trimestre del 2014 le esportazioni italiane erano esattamente alla pari con quelle del Regno Unito, davanti soltanto a quelle del Canada, precedute dalle esportazioni di Giappone, Francia e Corea del Sud. Nel 2021 il Made in Italy ha superato la Francia, nel 2023 la Corea del Sud e all’inizio di quest’anno ha agganciato Tokyo. Come sia stato possibile raggiungere un simile risultato, eguagliando un grande Paese esportatore come il Giappone che ha una popolazione più che doppia di quella dell’Italia e che, nonostante l’avvento di nuovi leader come Cina e India, rimane comunque un modello industriale nel mondo, non è inspiegabile per chi, come lo scrivente e la Fondazione Edison, da decenni combattono l’idea perennemente “alla moda” di un declino irreversibile dell’economia dell’Italia nello scenario mondiale. Ne sono prova una quarantina di volumi e decine di quaderni statistici ed articoli pubblicati negli ultimi trent’anni. Ne ricordiamo qui otto non per autocompiacimento ma perché hanno tutti una specifica connessione con il nuovo record odierno del nostro export: Il Made in Italy (il Mulino, 1998), Il Made in Italy oltre il 2000 (il Mulino 2000), Complexity and Industrial Clusters (Physica Verlag, 2002), Le due sfide del Made in Italy. Profili di analisi della seconda conferenza nazionale sul commercio con l’estero (il Mulino 2005), Pmi, distretti e il declino che non c’era (Fondazione Edison, Approfondimenti statistici, n. 14, 2007), 150 anni di export italiano (Fondazione Edison, Approfondimenti statistici, n. 76, 2011), The Pillars of the Italian Economy. Manufacturing, Food&Wine, Tourism (Springer, 2016), fino al recente Crescere non è impossibile (il Mulino, 2023).

Nel corso degli anni coperti da questi lavori la manifattura italiana si è progressivamente diversificata in nuove specializzazioni, ha incrementato fortemente gli investimenti in innovazione, nuove tecnologie e robotica ed è cresciuta assai di più di quanto non dicano i dati a valori costanti. Aspetti che abbiamo analizzato e portato all’evidenza, spesso contestati dal mainstream declinista, ma che oggi, sia pure in forte ritardo, cominciano ad essere riconosciuti anche da altri autori.

Nell’anno in cui è stato pubblicato il nostro primo lavoro qui citato, il 1998, l’Italia era il sesto esportatore mondiale. Con il prepotente avvento della Cina, nel 2000, il nostro Paese è sceso all’ottavo posto, superato anche dal Canada. L’Italia è poi risalita progressivamente in settima posizione nel 2002 e lo era ancora nel 2005, quando abbiamo pubblicato il Rapporto della seconda conferenza nazionale sul commercio con l’estero, per riguadagnare il sesto posto nel 2007. Ricacciata nuovamente in settima posizione dall’ascesa della Corea nel 2011, nel 2023 l’Italia è risalita al quinto posto e sta oggi fianco a fianco al Giappone al quarto posto. Davvero non male per una economia descritta per oltre trent’anni dalla maggior parte degli analisti e dei commentatori come un Paese in declino.

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Marco Fortis



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