IMPRESE E TERRITORI
Il Sole 24 Ore
09/09/2025Il Sole 24 Ore
Aerospazio, da Alpha Impulsion il razzo che si autoalimenta

Quando il 21 dicembre del 2015, dopo aver orbitato attorno alla Terra, il primo stadio di un Falcon 9 tornò sulla rampa da cui era partito, successero due cose: per la prima volta, SpaceX dimostrò fosse possibile riutilizzare un razzo. Insieme, inaugurò una nuova economia delle orbite basse, quelle fino a 2mila chilometri di quota, rendendole accessibili a prezzi ridotti, oggi a circa 6mila dollari per ogni chilogrammo lanciato.
C’è un’altra soluzione per abbattere i costi, concettualmente opposta alle decine di riutilizzi di un Falcon 9: fare in modo che un vettore si consumi nell’espletamento del suo compito, senza lasciare traccia di sé una volta a destinazione.
Si chiama propulsione autofaga e la stanno sviluppando i quattro ingegneri che nel 2022, al termine del loro percorso di studi, hanno fondato Alpha Impulsion, startup con sedi a Tolosa, Torino e Napoli. La loro idea è di eliminare i pesi morti di un lanciatore, usandone fusoliera e serbatoi come carburante.
La promessa è di ridurre i costi di accesso allo spazio dell’80%; la realtà è il test di successo di Amber, il più grande motore autofago al mondo, che il 27 maggio ha funzionato e si è consumato come una candela.
Amber è un dimostratore ibrido, che sfrutta cioè due tipi di combustibile stoccati in stati diversi, solido e liquido. La sua struttura è costituita dal carburante solido, un polimero, che contiene l’ossidante in forma liquida (perossido di idrogeno). Al momento dell’accensione, un catalizzatore avvia la reazione che genera la spinta trasformando la fusoliera in energia.
In questo modo la massa del sistema «può essere ridotta fino al 40%» commenta Vincenzo Mazzella, 27enne co-fondatore di Alpha Impulsion. Significa che «autofago costa meno o, a parità di prezzo, può trasportare più carico utile». In più il suo impiego mitiga l’inquinamento ambientale, sia a terra che in orbita, dove non lascia detriti.
Per la start-up, che oggi impiega 15 persone di cui 14 under 30 (quattro italiani), il test è stato «un risultato storico», che apre la strada alle applicazioni operative per due tipi di tecnologia: anzitutto il propulsore Opal, che dal 2027 dovrebbe fornire servizi di “space taxi”: «Una volta trasportati in orbita da un altro lanciatore, potremmo accendere Opal e spingere i payload, per esempio un satellite, verso la Luna, gli asteroidi o Marte a circa un quinto dei prezzi attuali. De facto, rendendo commercialmente sfruttabile lo spazio profondo» spiega Mazzella.
Il secondo traguardo sarà Grenat, un vettore alto 30 metri per uno di diametro, che trasporterà fino a una tonnellata in orbita bassa per circa 6.500 dollari al chilo, come un Falcon 9: «con una differenza - precisa Mazzella - le nostre saranno missioni dedicate. Oggi i prezzi per lanci condivisi fra più clienti possono arrivare a 30mila dollari al chilo. Noi potremmo servire clienti singoli».
Grenat dovrebbe debuttare nel 2030, sempre se il Seed round da 2 milioni di euro, inaugurato pochi giorni fa, abbia successo; «in tre anni abbiamo siglato quattro contratti con il Cnes (l’agenzia spaziale francese), che hanno reso possibile i primi test nel 2023 e l’accensione del 27 maggio - dice Mazzella - grazie agli investimenti di Cassa depositi e prestiti e della Banque publique d’investissement tramite l’acceleratore TakeOff, nel 2024 abbiamo aperto una sede a Napoli, integrando poi l’incubatore Esabic di Torino. Siamo anche inclusi nello Space Business Catalyst, l’incubatore di Thales Alenia Space Italia. In tutto abbiamo raccolto 700mila euro».
La sfida sarà rendere il sistema scalabile, sia in termini di dimensioni che di produzione. «L’anno prossimo vorremmo proporci all’Agenzia spaziale europea per accedere ai finanziamenti dedicati alla nuova generazione di lanciatori. Siamo ottimisti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA