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Il Sole 24 Ore

24/09/2025

Il Sole 24 Ore

La memoria, lo sforzo e il futuro delle imprese familiari

Un’impresa non nasce mai per caso. È sempre il risultato di una lunga catena di sacrifici, decisioni coraggiose, rischi affrontati con determinazione. Nel cuore delle piccole e medie imprese italiane, spesso a conduzione familiare, questa verità è ancora più evidente: dietro ogni realtà imprenditoriale c’è un fondatore che ha creduto in un’idea e ha speso energie, tempo e risorse per trasformarla in un’attività imprenditoriale. Eppure, chi entra a far parte di un’azienda in una fase già consolidata, spesso la trova in una sorta di velocità di crociera che nasconde la durezza delle prime pedalate, quelle che richiedono equilibrio, forza e la capacità di non fermarsi alla prima salita. La memoria dello sforzo si attenua e con essa il senso di responsabilità. È questo uno dei grandi nodi della successione familiare: non si eredita soltanto un capitale, si eredita soprattutto una cultura, una mentalità, un modo di concepire il lavoro e l’impegno. Se questo patrimonio immateriale non viene trasmesso insieme a quello economico, il rischio è che l’impresa perda la sua spinta vitale.

I numeri aiutano a comprendere la portata del tema. Secondo l’Osservatorio Aub, il 65% delle aziende italiane con almeno 20 milioni di fatturato è a controllo familiare, percentuale che sale fino al 78,8% nelle realtà più piccole. In totale, circa il 92% delle Pmi italiane è guidato da famiglie. Ogni anno, 60.000 imprenditori affrontano il passaggio generazionale, ma il percorso resta insidioso: soltanto la metà delle aziende supera il passaggio alla seconda generazione e appena il 10–13% arriva alla terza. È una vulnerabilità che non mette a rischio soltanto le imprese, ma interi sistemi territoriali ed economici.

Le ragioni sono sempre simili. Talvolta i conflitti interni tra eredi rendono impossibile una gestione condivisa. In altri casi la nuova generazione arriva senza la preparazione necessaria,

senza aver fatto esperienza diretta in azienda, convinta che basti amministrare un patrimonio invece di guidare un’impresa. Più spesso, manca un piano di successione strutturato e l’argomento viene rinviato finché diventa emergenza.

Ma al di là dei numeri, c’è un punto più profondo che merita attenzione. Molte imprese si indeboliscono perché smarriscono la cultura dello sforzo che ne ha reso possibile la nascita. Le nuove generazioni, talvolta, vedono l’impresa come un dono già confezionato,

senza percepire fino in fondo la fatica che l’ha generata. Ereditare e rilassarsi è facile, ma non promette nulla di buono: costruire e consolidare richiede almeno lo stesso impegno che servì per iniziare, proprio come in bicicletta, dove smettere di pedalare significa presto perdere slancio e cadere.

Eppure, quando il passaggio generazionale è affrontato in modo ordinato e con un metodo, i risultati dimostrano che non si tratta di un ostacolo, ma di un’opportunità. Le aziende che hanno attraversato una successione tra il 2013 e il 2022 hanno registrato performance superiori alla media: +7,4% nei ricavi, +3,5% nella redditività e +11,5% nel tasso di crescita delle immobilizzazioni. È la prova che rinnovamento e ricambio, se ben gestiti, possono essere motori concreti di crescita.

La consulenza gioca qui un ruolo cruciale. Un consulente non è soltanto un tecnico che redige contratti o progetti strategici. È prima di tutto un facilitatore del dialogo tra generazioni, un interprete capace di mettere in comunicazione il linguaggio dei fondatori, fatto di sacrificio e concretezza, con quello dei successori, che spesso privilegia visione, innovazione e nuovi modelli di business. È anche un acceleratore del processo, perché consente di ridurre i tempi della transizione e di affrontare in modo ordinato temi che altrimenti resterebbero irrisolti: dalla governance alla pianificazione patrimoniale, dalla formazione

dei futuri leader alle strategie di crescita.

Non meno importante è il contributo della cosiddetta NextGen. Le nuove generazioni portano innovazione, apertura ai mercati digitali, sensibilità al green: aspetti associati a migliori performance complessive. Tuttavia, permane un ritardo culturale. Solo il 18% delle aziende italiane ha pianificato un processo di successione strutturato. E nel Sud, pur con l’85% che dichiara di avere un piano formale, nel 69% dei casi si tenta unicamente di trasmettere il testimone all’interno della famiglia, mentre solo una minoranza contempla l’ingresso di manager esterni o l’affidamento a consulenze specializzate.

In molte famiglie imprenditoriali italiane si vedono entrambi i volti della successione. Ci sono aziende che, dopo il ritiro del fondatore, si sono frammentate in mille rivoli a causa di contrasti familiari, hanno perso il mercato e sono state assorbite da concorrenti più organizzati. E ci sono invece esempi virtuosi di imprese dove la nuova generazione, guidata da un processo di accompagnamento professionale, ha saputo introdurre managerializzazione, digitalizzazione, apertura a nuovi mercati, trasformando una realtà artigianale o locale in un marchio riconosciuto a livello internazionale.

Pensiamo al settore manifatturiero del Made in Italy, dove spesso tutto nasce da un laboratorio artigiano. Se la seconda generazione considera l’impresa soltanto come un’eredità da amministrare, il rischio è che in pochi anni si perda competitività. Se invece entra con il desiderio di continuare uno sforzo, magari declinandolo in forme nuove, allora

la tradizione può trasformarsi in un trampolino per la crescita. La consulenza professionale, in questo percorso, è la bussola che aiuta

a unire radici e futuro, memoria e innovazione. È come una guida che ricorda quando cambiare rapporto, quando spingere e quando lasciar correre, perché ogni pedalata abbia un senso.

Il problema, in fondo, è culturale. Viviamo in una società che, come gran parte dell’Europa, tende alla comodità: più tutele, più benessere, più tempo libero. Tutto questo è buono e giusto, ma non è sostenibile senza una produttività differenziale, senza un’innovazione costante, senza quello spirito di sacrificio che aveva reso solide le generazioni precedenti. Se questa mentalità si spegne anche nelle imprese familiari, allora la loro fine non sarà questione di mercato o di concorrenza, ma di identità.

Per questo è importante recuperare la memoria dello sforzo e trasformarla in un metodo di lavoro condiviso. Le nuove generazioni non devono idolatrare i sacrifici dei fondatori, ma devono sentirli come un esempio da seguire, un filo conduttore che lega passato e futuro. La consulenza può aiutare proprio in questo: a tradurre la memoria in progettualità, la fatica in metodo, la tradizione in innovazione.

Il futuro delle Pmi familiari italiane si gioca qui, nella capacità di coniugare memoria e sforzo, successione e rinnovamento, radici e crescita. Non esistono scorciatoie. Lo sforzo con senso non stressa, non opprime, non paralizza. Al contrario, è ciò che dà direzione, crea appartenenza e alimenta la crescita condivisa. È la vera eredità che ogni fondatore dovrebbe trasmettere ai propri successori: la capacità di non smettere mai di pedalare.

Direttore Wealth Management di Banca Mediolanum

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Alberto Martini



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