NORME E TRIBUTI
Il Sole 24 Ore
18/12/2023Il Sole 24 Ore
Investimenti locali, mancano ancora 12 miliardi per tornare ai livelli 2010
Spesa risalita a 20 miliardi (+45% sul 2018) ma molto sotto i livelli ordinari prima dei tagli
La ripresa degli investimenti pubblici locali precede il Pnrr, ed è ovviamente favorita ora dall’intervento del Piano nonostante le molte incognite sui fondi sostitutivi per i progetti definanziati. I tassi di crescita registrati negli ultimi anni, dopo lo smantellamento progressivo dei vecchi vincoli di finanza pubblica che avevano finito per colpire con vigore particolare proprio il conto capitale, dominano il dibattito. Ma se si allarga lo sguardo, si scopre che mancano ancora 12 miliardi annui per tornare ai livelli ordinari di vent’anni fa, con il picco raggiunto nel 2004 e sostanzialmente mantenuto fino al 2010 prima che le tante norme nate intorno alla crisi del debito pubblico cominciassero ad accanirsi su quella spesa. Fino ad allora, e non è un caso, la crescita reale italiana viaggiava quasi stabilmente sopra l’1% all’anno, poi è arrivata la lunga fase degli zerovirgola.
Il cambio di prospettiva è offerto dal nuovo Rapporto sulla finanza territoriale, la pubblicazione realizzata dalla squadra di Istituti di ricerca regionali (quest’anno sono 8: Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria e Puglia oltre a Srm di Napoli ed Eurac Research di Bolzano) che ogni anno offre analisi dettagliate e originali sullo stato dell’arte dei conti locali e sul loro rapporto con l’economia reale.
I numeri, in questo caso elaborati in particolare da Irpet Toscana, mostrano che gli investimenti fissi lordi degli enti territoriali hanno superato i 20 miliardi di euro, con una crescita cumulata del 45% rispetto al 2018.
La performance è brillante, ma largamente insufficiente a riportare l’indicatore ai livelli pre-crisi. Che, come mostra un calcolo elaborato attualizzando i vecchi livelli di investimento ai prezzi 2019 e disegnando su questa base il tendenziale degli anni successivi, vedrebbero oggi un livello di investimento intorno ai 32 miliardi, cioè 12 miliardi sopra quelli effettivamente realizzati.
Il punto, si sa, è che il tonfo cumulato fra 2010 e 2018 ha dimezzato la spesa territoriale in conto capitale, passata da 30 a 15 miliardi annui in quel periodo, e che quindi la strada per recuperare il terreno perduto è ancora lunga. Forse troppo lunga, per una macchina pubblica a cui il Pnrr offre benzina aggiuntiva senza però poter rimediare ai colpi strutturali subìti negli anni.
Anche in questo caso il problema è noto, ma i numeri aiutano a misurarne le dimensioni con molta più efficacia. Nonostante le oscillazioni congiunturali, il quadro degli occupati 2022 confrontato con il 2009 si mostra piuttosto stabile, con piccoli aumenti al Nord (+0,8%) e al Centro (+1,2%) e una flessione al Sud (-1,6%). Nello stesso periodo però i numeri della Pa sono da brivido, con una caduta generalizzata che proprio a Sud diventa crollo (-27% contro il -18% del Nord e il -13% del Centro).
Non stupisce, allora, che le prime evidenze concordino nel mostrare a Mezzogiorno le difficoltà maggiori nel far partire le opere del Pnrr. Stupisce semmai il fatto che nonostante un quadro del genere il tasso di assorbimento dei fondi di sviluppo e coesione della programmazione 2014-20 sia oggi più alto nelle Regioni (20%) che nella Pa centrale (sotto il 15%, elaborazioni Ires Piemonte). Anche in questo caso, le cifre vanno in direzione diversa rispetto a molto dibattito.
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